Ariminum 166 – Gennaio Febbraio 2022

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Ariminum Copertina 166

In copertina: San Luca di Giovan Battista Costa
(foto di Gilberto Urbinati, Archivio Fondazione Cassa di Risparmio di Rimini)

Sommario

  • “Zabughin tra Oriente e Occidente”, di Vittorio D’Augusta

  • “Il lungomare in seggiovia”, di Nicola Gambetti

  • “San Francesco e Vergiano”, di Raffaello Fabbri

  • “Piero Grossi al Pio Manzù”, di Luigi Pizzaleo

  • “L’Atelier di Pino Bugli”, di Sabrina Foschini

  • “Iano Planco e Riccione”, di Fosco Rocchetta

  • “Restauro di Sant’Antonio al Porto”, di Alessandro Catrani

  • “Capitelli del Duomo di San Leo”, Carlo Valdameri

  • “Il San Luca pittore di Giovan Battista Costa” di Alessandro Giovanardi

  • “Elisa Mini Imola”, di Andrea Montemaggi

  • “Luigi Castiglioni”, di Franco Pozzi

  • “Il mercato di Piazza Grande”, Manlio Masini

  • “Il liceo musicale” di Guido Zangheri

  • “San Giuseppe tra Reni e Guercino” di Anna Maria Cucci

  • “Canzoniere: Giancarlo Biondi”, Sabrina Foschini

  • “Visioni – Roba”, di Montemaggi, Ballestracci

L’Editoriale di Alessandro Giovanardi

Requiem per un capelvenere

Ricordo ancora lo sdegno di Enzo Pruccoli, con chi, avendo l’incarico delle pulizie di Castel Sismondo, aveva gettato dell’acido su una magnifica pianta di capelvenere perchè emergeva, senza arrecare danni, dalla muratura interna dell’edificio, in un pertugio inaccessibile.

Il gesto gli era parso impoetico e anche cattivo. Lo offendeva l’ottusa incapacità di cogliere la bellezza di quella creatura innocua nata spontaneamente.

A costo di apparire una “anima bella” voglio fare mia quell’indignazione.

Chi, in questi mesi, attraversi la zona tra Viale Tripoli e Via Lagomaggio potrebbe provare lo stesso sentimento: gli ampi incolti che si affacciano su Via Ugo Bassi (che prosegue Via Roma) sono già circondati dalle recinzioni dei nuovi proprietari che edificheranno su quegli ultimi brandelli di terra libera. E già i nuovi steccati hanno preteso un primo e inutile sacrificio di alberi.

Non intendo affrontare il tema della liceità o legittimità, e neppure dell’opportunità del costruire in una città che forse ha più appartamenti che famiglie e più centri commerciali di negozi storici.

Mi soffermo sul fatto che ogni qual volta in queste terre sia sopravvissuto un albero secolare (pioppo, platano, faggio) la prima cosa che si fa è abbatterlo. Troppo scomodo tentare di preservarlo, di tutelarlo, di pensare come un bene o una ricchezza da integrare nel nuovo progetto. Alberi annosi, piante che vedo da quando son nato e che segnavano il passaggio delle stagioni con le fiorite, il fogliame, i frutti di mandorli e pruni selvatici, mitigando l’inarrestabile trionfo del calcestruzzo, sono scomparsi nel giro di una mattinata. Li sostituiranno forse con pallidi arboscelli per chetarsi la coscienza e rispondere a qualche ipocrita norma del verde?

Rimini non tornerà mai veramente bella (e non lo è ormai dal dopoguerra, e più a causa dei suoi cittadini e dei suoi notabili che non delle bombe) finchè per rozza praticità, per un malato senso dell’ordine (gli alberi sporcano), per sciocco eccesso di zelo igienico e, infine, per quella stupidità che confina con l’odio per la bellezza, continuerà a gettare acido sul capelvenere.

Il che significa detestare la patina del passato, strappare con stolida pervicacia l’aura dai suoi luoghi storici e naturali.